I perché di un progetto

Nell’odierno pluriverso immaginifico governato dai mass media si sono andate accatastando, stratificandosi, quantità enormi di significati. L’uomo con cui abbiamo a che fare - per intenderci quello che affonda le radici della propria conoscenza nel solido terreno del senso comune - lascia che la sua vita, guidata dalle scorrerie propagandistiche della macchina mediatica, trascorra in modo passivo lungo percorsi instradati di automatismo mentale.

In una spirale di annichilente confusione semiotica, i primitivi - categorie semantiche originali, perché originanti - si vanno sempre più perdendo. La superficie delle cose, venerata dalla religione del consumo, mette in atto lo ’spettacolo dei segni’: reificazione, mercificazione e consunzione del contenuto dell’oggetto. Disarticolando questo processo, attraverso una radicale messa in discussione della soggettività - che adesso deve contestualmente ‘funzionalizzarsi’ ad essere una o moltitudini di soggetti o oggetti - vogliamo attuare ‘la spettacolarizzazione dei bi(o)sogni’. I primigeni prodotti della creatività umana vivono ormai nell’Intelligenza Collettiva, la loro attingibile forza è sfruttata in ogni momento, più o meno consapevolmente, da ogni essere umano.

Investito da flussi autoritari e reiterativi, l’uomo comune è rimasto incasellato all’interno di schemi cognitivi obbligati, costretto com’è a tipizzare il proprio essere, ad inseguire modelli per sentirsi parte (almeno in modo simbolico) del grande circo della comunicazione spettacolaristica. Alla stregua di rovine abbandonate: vi si costruisce sopra un nuovo palazzo e si lasciano eternamente a riposare sotto strati e strati di città.

Lo sviluppo tecnologico odierno può aiutare il genere umano ad uscire dall’irreversibile condizione di monopolizzazione informativa in cui il potere economico lo racchiude? La domanda è retorica: finché le imponenti costruzioni del sapere agiranno come organismo estraneo alla moltitudine non si creeranno le condizioni per una comunicazione fra pari. Il dilemma della conoscenza non consta nella ricerca di una verità assoluta, semmai risiede nella continua appropriazione delle informazioni procrastinata dalle elites produttive.

L’espropriazione sistematica della comunicazione intersoggettiva è la messa in atto di questo processo, consistente prova della deprivazione, dell’etichettamento e del successivo obnubilamento a cui è stata sottoposta ogni sfera del tessuto sociale. Ci troviamo così ad inveire contro questo mostro (il Sociale appunto) ben consci che ne siamo una parte, attiva nel modificarlo, rivitalizzarlo attraverso nuove funzionalizzazioni che trovino nella totalità dell’universo civile una collocazione giustamente tautologica. In parole povere pensiamo che l’organismo sociale possa autoinformarsi e perché no autofinanziarsi, avendo come unico referente se stesso.

L’uomo di oggi si è fatto una ragione dell’eterna condizione di spettatore in cui vive, ha cominciato a venerare la religione della televisione. Ancora una volta, nominando una numinosa essenza iperindividuale al di sopra della propria autorità, ha finito per rimanere ingabbiato nei circoli labirintici di una creazione sociale. n questi mondi a scatola chiusa gode di una libertà necessariamente fittizia, perché racchiusa all’interno di parabole d’esistenza la cui meccanica d’evoluzione è stata precedentemente studiata a fondo (per essere poi prevenuta, alimentata, consumata). Quelle traiettorie di vita imposte dal mainstream (debitamente spacciate come proposte, frutto del dono del libero arbitrio), che costringono le configurazioni percettive della specie umana a considerare in modo esclusivo lo stato superficiale della realtà, compongono, assemblate, una sorta di economia dei segni, dei media e della mente, che agisce in modo pervasivo sull’uomo comune. Nel caos informativo in cui è calato, egli si affida a flussi semiotici verticali perché l’arroganza con cui si impongono è direttamente connessa alla facilità d’accesso ai loro contenuti. La sfera semiotica del nostro uomo comune (una categoria che un giorno speriamo di veder definitivamente scomparire dalla tipizzazione sociologica, già di per sé strumento funzionale all’analisi, ma poco alla realtà) quindi si autolimita: non può andare avanti perché non gli è permesso, visto e concesso che qualsiasi altra fonte di accesso ai significati risulta scomoda perché meno condivisa, perché meno sicura, perché meno diffusa… ( e così via in una vana spirale interpretativa che passa attraverso un ermeneutica del nonsenses).

Un aspetto funzionale della logica dei mass media è che l’umanità sguazzi comodamente nelle parti più alte della semiosfera, quelle più vicine alla superficie. Qui una pellicola trasparente nasconde le parti più significaive di ogni comunicazione. Il messaggio è a questo punto impacchettato, si configura come prodotto proprio per risultare riconoscibile al suo utente. In questo modo ogni attenzione viene riposta sull’istanza significativa del significante. Non è importante il contenuto di ciò che si vede, si mangia o si vive, ma la forza espressiva del contenitore che ci ha spinto a vedere mangiare vivere. Così facendo risulta chiaro e comprensibile il comportamento a cui sono avvezze le routines produttive: costruire strati di senso che non siano tanto veri, quanto funzionali, adatti ad ottenere i fini perseguiti. Vengono continuamente proposte nuove istanze di verità, molto spesso basate sulla ricombinazione di vecchie costituzioni di senso andate incontro ad un processo di secolarizzazione - per essere gettate, già consunte, in pasto a degli individui attivi nel prosciugarle (spettaconsumattori), per renderle compatibili con il proprio sistema di vita TM.

Questo è come un sistema operativo - sul quale innestare dei percorsi di vita coerenti perché condivisibili - ed è quello più in uso perché lo possiede la maggior parte della gente, non bisogna domandarsi se ce ne sono altri, migliori o peggiori che siano, perché ci allontaniamo dalla superficie delle cose. E’ così che i nuclei di senso (segni nudi e crudi, pericolosi e affascinanti, originali ed originanti, sublimi) non possono sfiorare la superficie filmica del reale. Ogni strato si sovrappone all’altro ( e se non è cambiato, seppur in modo impercettibile, il contenitore) e quando si cerca di portare alla luce i livelli più bassi non lo si fa certo per mera passione della genuinita (alla ricerca dei ’semi’ perduti), ma per far nascere un nuovo palcoscenico, assemblamento di sensi persi, ma ancora capaci di essere ’serviti’ ad un pubblico onnivoro,
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Alter-azione è prima di tutto luogo di ricezione attiva, di destrutturazione creativa, cognitiva e collettiva di flussi semiotici mass-mediatici.

Alter-azione vuole poi essere uno strumento critico di orientamento, di destratificazione e demistificazione del linguaggio della cosiddetta cultura di massa, fondata sul culto dei “miti” mass-mediatici.Luogo di indagine sul rapporto tra arte e nuove tecnologie alter-azione propone oper-azioni tecnologiche in chiave sottrattiva che pongono la comunicazione attiva, la corretta informazione e l’azione come elementi fondamentali dell’agire artistico.

(2003) :: Lorenzo Mazza :: Clemente Pestelli