ASSALTO AL NEUROSPAZIO (indicazioni sbagliate per un) di Matteo Pasquinelli
We are implicit, here, all of us,
in a vast physical construct of
artificially linked nervous systems.
Invisible. We cannot touch it.
— William Gibson, In the visegrips of Dr. Satan
1. Una geologia libidica degli spazi mediatici
Qual è il campo che oggi l’arte e l’attivismo mediatico sono chiamati ad ad occupare? Qual è il luogo dell’atto di creazione? Dalle utopie moderne all’immaginario costruito da cinema e televisione, passando per il ciberspazio delle tecnologie digitali, tipologie diverse di spazio mediatico hanno abitato la storia contemporanea e prodotto ognuna proprie figure sociali, conflitti, estetiche e narrazioni. Parafrasando Serres[i] potremmo dire: abitiamo una molteplicità di spazi mediatici. Il presente testo abbozza una breve storia degli spazi materiali e immateriali, politici e psichici, che sono costruiti in modo diverso da dispositivi, immagini, segni e merci, chiedendoci come Jameson: “perché il paesaggio dovrebbe essere in qualche modo meno drammatico dell’Evento?”[ii]. Per Lefebvre (autore di un testo cruciale come La produzione dello spazio[iii]) lo spazio non è mai uno sfondo neutro, ma sempre il prodotto di un conflitto sociale. E’ in questo senso che vogliamo studiarne l’architettura invisibile, i desideri che vi si proiettano, il modo in cui si dà l’apertura di nuovi spazi ad opera di nuove tecnologie, linguaggi, pratiche. Vorremmo applicare agli spazi mediatici del capitalismo contemporaneo quello che Lefebvre scriveva nel 1974, non senza essere accusato di feticismo: “oggi più che mai, la lotta di classe è inscritta nello spazio”. Il campo attuale dell’azione politica e artistica non è altro che una stratificazione degli spazi precedenti, ed abbiamo bisogno di una sorta di geologia dell’invisibile per potere ricostruirne la storia.
Ci accorgiamo che il primo effetto sociale di una tecnologia è quello di modificare il “senso del luogo”, di dare vita ad un proprio spazio collettivo e ad una propria dimensione pubblica (vedi le ricerche di Joshua Meyrowitz[iv]). La storia recente è stata dominata da continue rivoluzioni e colonizzazioni della biosfera umana da parte di nuove specie di dispositivi. La nostra attenzione non potrà quindi non concentrarsi sugli spazi tecnologici e mediatici, e su come l’atto di creazione abiti simili spazi. Assistendo all’esodo delle energie radicali e innovative che negli ultimi anni hanno popolato in particolare il ciberspazio, ci chiediamo se esse non si stiano raccogliendo in nuovi spazi. La questione dello spazio non può essere distinta per noi dal campo di forze e di conflitti che lo producono: non ne parliamo in senso euclideo e cartesiano come continua a fare il determinismo tecnologico di certa media culture. Lo spazio è sempre attraversato da una energia vitale, da un desiderio.
Per i filosofi postmoderni l’Occidente vive da secoli il suo tramonto, una continua emorraggia di libido che abbandona corpi e città per lasciare sul terreno vestigia e simulacri spettrali (si pensi non solo alla crisi delle narrazioni, ma anche alla crisi delle istituzioni democratiche e della forma partito o alla morte dell’opera d’arte tradizionale). Dopo la crisi della new economy e della net culture, lo stallo del movimento globale no-war e il nuovo ordine mondiale post-911, a chi cerca una sovversione del codice, filosofi dialettici come Zizek rispondono che dal codice non c’è via di fuga. Siamo tutti homo sucker[v]: chi crede di deridere l’ideologia dominante in realtà ne rafforza la presa su di sè, chi crede di manipolare in realtà è manipolato, e così via, da un impasse dialettico all’altro, esattemente come i situazionisti non vedevano vie d’uscita dalla paranoia dello Spettacolo e i postmoderni della Fine della Storia. Nei giocattolini dialettici dei filosofi postmoderni, l’energia libidica da una parte si dissolve nella fantasmagoria del consumismo, dall’altra è condannata a girare in tondo mordendosi la coda. La crisi politica ed esistenziale dell’Occidente, quindi, non sembra dovuta solo ad una emorraggia di energie vitali, ma anche ad un confinamento delle energie stesse all’interno di circuiti e spazi autoreferenziali.
Ci chiediamo se il dibattito stesso sulla crisi dell’arte e della politica occidentale non rimanga prigioniero di gusci categoriali ormai “evacuati” dalle energie della storia. Per questo vogliamo ricostruire una storia degli spazi (intesi quasi come “contenitori”) in cui le energie vitali, innovative e creatrici hanno manifestato e manifestano la loro ansia esistenziale. Ci interessa capire se ci sono nuovi spazi che le energie del mondo contemporaneo stanno andando a popolare al di fuori dei radar della filosofia accademica, della politica istituzionale, della critica d’arte.
2. Il divenire-rete delle spazio
La saga delle utopie e delle religioni si fonda da sempre sull’evocazione di spazi radicalmente altri. La religione come intimo dispositivo semiotico funziona come proiezione di un al di là, di un paradiso o di una terra promessa. La stessa idea di spirito indica uno spazio interiore non direttamente attingibile. Le utopie politiche della modernità sono state ricondotte spesso ad una genealogia diretta dagli spazi ultraterreni della religione. Su un terreno più materialista, il capitalismo nasce privatizzando lo spazio comune nelle enclosures, mentre il marxismo ha preteso la fine dello spazio della proprietà privata per l’istituzione di un nuovo spazio, il comune, che non rappresenta un ritorno allo stato di natura ma l’apertura di una nuova dimensione. Gli Stati Uniti, invece, lontani dall’idealismo della vecchia Europa, hanno posto il motore della loro storia nel mito della Frontiera.
Agli spazi mitici della politica e della religione sono seguiti nella modernità gli spazi fisici della disciplina e del biopotere. Come ha mostrato Foucault[vi], la biopolitica nasce da un nuovo sapere del corpo che codifica nuovi spazi psichici e anatomici, in modo che le nuove tecnologie del potere possano applicarsi ad essi. La sessualità moderna, ad esempio, viene ricondotta allo spazio interiore costruito dalla confessione cristiana come spazio degli istinti e del peccato. In seguito, la psicanalisi apre il Novecento rinnovando lo spazio interiore con una nuova topologia della mente, articolata negli spazi dell’Es, dell’Io e del Super-Io.
La rivoluzione dei mass media ha permesso la traduzione dell’immaginario mitico della religione e della cultura popolare in un immaginario prosaico, fatto dalla ripetizione seriale e ubiqua di immagini. E’ la nascita dell’immaginario collettivo contemporaneo. Le star del cinema degli anni ’50 si ibridano con le merci di consumo e vengono codificate da Debord nel concetto di Spettacolo con riflessi totalitari ed hegeliani. Con il termine mediascape in principio si intendeva l’impatto dei grandi cartelloni pubblicitari sul paesaggio. In seguito il termine viene a designare l’intero panorama dei media, dai giornali alla radio alla televisione, uno spazio politico cruciale per la storia contemporanea, dove ad un certo punto informazione e intrattenimento si uniscono in un ibrido emozionale chiamato l’infoteinment.
La rivoluzione della rete, il più importante evento culturale a noi vicino, viene profetizzata attraverso l’immagine del cyberspace, introdotto da Gibson nel 1984 nel suo romanzo Neuromancer. Lo spazio virtuale della rete è stato il più potente spazio mediatico, emotivo, politico degli ultimi decenni, prima di essere colonizzato definitivamente dal business. Negli ultimi anni l’innovazione tecnologica ha sancito il passaggio dalla virtual reality alla augmented reality, dalla simulazione di spazi fittizi ad un ambiente concreto sempre più saturo di dispositivi digitali. Ultimi arrivati in questo contesto, i locative media[vii] sono i media che producono uno spazio particolare in quanto “sanno” la loro posizione e quella degli altri smart objects circostanti (location aware devices). Con il termine mixed reality si intende la fusione di mondi reali e virtuali per produrre un nuovo ambiente dove oggetti fisici e digitali possono coesistere e interagire. Nel campo dell’augmented reality si parla anche di Internet of Things, quando si fa riferimento alla domotica o all’applicazione capillare dei chip radio (RFID) a merci e oggetti.
Anche il pensiero filosofico contemporaneo ha sviluppato nuovi modelli di spazio per la società dell’informazione: dalla noosfera di Teilhard de Chardin e Pierre Levy al capitalismo cognitivo[viii] della scuola post-operaista, la cononoscenza e l’intelligenza collettiva formano come una seconda biosfera che circonda l’umano. Lo spazio delle idee e dell’informazione viene descritto spesso intrecciato allo spazio dei segni e all’ipertrofia dei brand. Non è un caso che negli stessi anni in cui nasce il termine cyberspace John Sherry[ix] conia il termine brandscape, che permette ai pubblicitari e ai semiologi di descrivere brand e pubblicità come nuovi spazi culturali.
Al termine di questa telegrafica esposizione vorremmo introdurre due concetti generici. Definiamo con networked space l’ibridazione delle spazio dei media di massa con lo spazio prodotto dalle tecnologie di rete. Allo stesso modo, con il termine networked imagery designiamo l’ibridazione dell’immaginario di massa con l’immaginario di rete, un fenomeno che è ormai parte della nostra percezione quotidiana, come dimostrano lo scandalo delle foto di Abu Ghraib o i video hard di Paris Hilton. L’ambiente networked che nasce dall’applicazione della rete agli spazi off-line disegna uno spazio che ve ben oltre il concetto di mixed reality e ingloba non solo dispositivi ma anche immagini, suoni, brand, merci, corpi. E’ in questa chiave che introduciamo il concetto di neurospazio.
3. Il neurospazio come piano del desiderio
Accanto ai più noti cyberspace e mediascape esiste un’altra famiglia di concetti che applica il paradigma spaziale alla dimensione del desiderio e della psiche, a quella che Bateson chiama “ecologia della mente”[x]. Come dicevamo la questione dello spazio non può essere distinta dal campo di desideri e di conflitti che lo produce: al contrario molti modelli technology-based lo considerano uno sfondo geometrico neutro, un a priori implicito e inconscio. Nella storia degli spazi emozionali non possiamo ovviamente non citare i concetti di situazione, deriva, psicogeografia e Urbanesimo Unitario coniati dai situazionisti negli anni ’50. L’evoluzione spaziale che seguiamo è, però, quella degli ultimi decenni e si estende oltre il campo urbano e architettonico per costituire gli spazi immateriali del mindscape e della psicosfera. Guattari sosteneva che “un’ecologia del virtuale è necessaria quanto le ecologie del mondo visibile”[xi]. E’ con questa consapevolezza che oggi si parla di “ecologia dei media”, che una rivista come Adbusters si definisce “journal of the mental environment” e che nuove strategie di media attivismo e cultural jamming[xii] sono state sviluppate.
A partire dagli anni ’50, termini come mediascape e mindscape sono venuti quasi a sovrapporsi per svelare il fondo inconscio e istintivo del nostro rapporto con il panorama dei media e dell’immmaginario collettivo. Il romanzo di Ballard The atrocity exhibition è il miglior esempio della confluenza e della simbiosi tra paesaggio interno (mindscape), paesaggio esterno (landscape) e paesaggio mediatico (mediascape):
Sulla mura inclinate del fortino era stata dipinta l’enorme figura di una donna bruna. L’ingrandimento era tale che il muro alla sua destra, grande come un campo da tennis, conteneva poco più dell’occhio destro e dello zigomo. Riconobbe la donna: era la stessa che aveva visto nei manifesti vicino all’ospedale, l’attrice Elizabeth Taylor. Eppure questi disegni erano qualcosa di più che gigantesche riproduzioni. Erano equazioni che incarnavano le relazione profonda fra l’identità dell’attrice cinematografica e i milioni di persone che erano i lontani riflessi di lei, insieme al tempo e allo spazio dei loro corpi e delle loro posizioni. I piani delle loro vite si intersecavano secondo angoli obliqui, frammenti di miti personali che andavano a fondersi con le divinità delle cosmologie commerciali. Le divinità che presiedeva alle loro vite, l’attrice cinematografica con il suo corpo frammentato, forniva un insieme di formule operative che consentivano loro il passaggio alla coscienza.[xiii]
La visione di Ballard non è in fondo così allucinatoria: basti pensare ai giganteschi cartelloni pubblicitari che campeggiano sugli edifici delle nostre città con testimonial dalle dimensioni ipertrofiche.
Anche la stessa definizione originaria di cyberspazio era profondamente connessa alla dimensione neuro. In primo luogo, per Gibson il cyberspazio non è tanto una realtà virtuale quanto una spazio di metadati: “A graphical representation of data abstracted from the banks of every computer in the human system”[xiv]. E’ quindi un metaspazio, uno spazio di informazioni, intorno al quale si crea una “allucinazione consensuale”, ovvero qualcosa al tempo stesso molto più astratto e molto più corporeo di una realtà simulata al computer. Il cyberspazio che si innerva nel corpo e nel sistema nervoso dei personaggi di Gibson (nei suoi romanzi gli stati alterati di coscienza prodotti dalle droghe sintetiche non si distinguono dall’esperienza mentale del cyberspazio) è già un neurospazio. Nel suo intervento del 2002 In the visegrips with Dr. Satan, Gibson afferma che anche il flusso di immagini di uno schermo televisivo che colpisce il nervo ottico di un bambino è qualcosa di “fisico”, come sono “fisiche” pure le strutture chimiche dei neuroni colpiti dallo stimolo. Ed ancora Gibson che trova le parole migliori per descrivere la nostra idea sistema nervoso esteso nello spazio:
Siamo coinvolti, tutti noi, in un vasto costrutto fisico di sistemi nervosi connessi artificialmente. Invisibile. Non possiamo toccarlo.[xv]
Negli ultimi libri di Gibson, in seguito, il cyberspazio prosegue idealmente la sua evoluzione valicando i confini della biosfera tecnologica per inglobare le icone dello star system (in Idoru[xvi] un cantante rock intende sposare una star virtuale progettata da una corporation) e lo spazio del capitalismo dei brand (Pattern Recognition[xvii] ruota intorno alla spietata concorrenza nel controllo del brandscape).
Permane nel pensiero comune e in quello filosofico una concezione degli spazi mediatici basata sul modello della rappresentazione (o dello specchio): lo Spettacolo di Debord come il ciberspazio di Gibson non sarebbero che riproduzioni iconiche della realtà. Al contrario, noi crediamo che si debba abbandonare il paradigma della rappresentazione per considerare invece gli spazi mediatici come estensione diretta del corpo (come già ha fatto McLuhan[xviii]). Con il termine neurospazio vorremmo definire l’evoluzione dei precedenti spazi mediatici e la loro integrazione in uno spazio a rete dove il sistema nervoso collettivo si interconnette con quello individuale attraverso un tessuto tecnologico, semiotico, iconico sempre più denso. Il prefisso neuro sta a significare la compenetrazione dei network tecnologici con il network del sistema nervoso, dove i terminali di questa rete possono essere di volta in volta dispositivi, brand, merci, immagini, oggetti materiali e immateriali di ogni natura, esattemente come nel corpo schizofrenico descritto da Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo[xix]. Il neurospazio rappresenta il cortocircuito contemporaneo tra psiche individuale e collettiva: ed è anche il luogo di investimenti paranoici ed identitari su larga scala, luogo in cui il desiderio individuale si aggrega e si trasforma in potere, frequentato a questo fine dai Bush e dai Bin Laden, dal terrorismo istituzionale e non.
Il neurospazio si manifesta in modo evidente quando l’immaginario di massa dei vecchi media incrocia l’immaginario a rete dei nuovi media per dare vita ad un immaginario connettivo: dalla foto di Abu Ghraib diffuse in rete ai video porno amatoriali con i quali Paris Hilton costruisce la propria fama. La rete si estende come le radici di un rizoma e “mette a rete” tutto quello che incontra, l’immaginario, i vecchi dispositivi analogici, le merci del capitalismo spettacolare. Come per l’immaginario, potremmo intendere il neurospazio come estensione dei network tradizionali in uno spazio aumentato: da internet ai locative media alla augmented reality, non solo dispositivi ma anche simulacri e brand diventano “oggetti parziali”[xx] di un ambiente a rete. In questo modo, nel neurospazio si sedimenta la storia degli spazi prima descritti: cyberspazio, augmented reality, locative media, infosfera e Spettacolo (ovvero infoteinment), noosfera e brandscape, immaginario di massa e di rete, e ovviamente mediascape-mindscape- landscape. Il neurospazio è uno spazio schizo-analitico più che tecnologico, che abbraccia allo stesso tempo la dimensione semiotica dell’informazione, la dimensione cognitiva dell’intelligenza collettiva, la dimensione prostetica dei dispositivi tecnologici, la dimensione iconica dello spettacolo e dei media, la dimensione biopolitica dei corpi e degli investimenti libidici.
Neurospace non è un neologismo. Diffuso nell’ambito delle neuroscienze come metafora generica, fu usato per primo dall’artista Vladimir Muzhesky. Geert Lovink lo segnalò a Peter Lamborn Wilson che scrisse nel 1996 un saggio intitolato Cybernetics and Entheogenics: From Cyberspace to Neurospace[xxi], una breve storia della cultura psichedelica che sfocia nel neurospace come spazio di “re-embodiment as opposed to the tendency toward false transcendence and disembodiment in cyberspace”. Il testo di Wilson è importante per i collegamenti che traccia con l’esperienza psichedelica e per la consapevolezza dell’elisione del corpo operata dalla cultura digitale. Non vi è alcun feticismo post-human o cyborg del superamento del corpo, ma al contrario l’estensione dimensione fisica e psichedelica al di là del cyberspazio.
Negli anni della rivoluzione digitale abbiamo assistito all’eclissi del corpo e del desiderio a scapito dell’esaltazione dell’esperienza cognitiva. Ora invece avvertiamo l’esodo delle energie che prima erano investite con un entusiasmo collettivo nel ciberspazio. Dove si stanno dirigendo? Il desiderio che si è formato con la rete ha cominciato a colonizzare gli spazi al di fuori della rete. E’ la generazione post-internet che applica il modello rete alla politica, all’arte, agli spazi off-line e alla precedenti pratiche “analogiche”. Dall’elaborazione del lutto dell’utopia del cyberspazio nasce una nuova esperienza dello spazio.
4. Le forme di vita del neurospazio: nuovi animali politici
Parlare di un nuovo spazio di azione per l’arte e l’attivismo significa tentare di tracciare direzioni incerte, che non hanno sotto i piedi la sicurezza del determinismo tecnologico. Ci dirigiamo verso il neurospazio come Hunter Thompson e il dottor Gonzo sulla loro decappottabile verso Las Vegas, con il portabagaglio stracarico di allucinogeni[xxii]. Gonzo-filosofia. La matrice del neurospazio, infatti, non ha le fattezze della geometria digitale né della biopolitica, ma della zoopolitica, che non riguarda il potere sulla vita ma animali politici capaci di vita autonoma. Per una volta non ci interessa prendere le misure ai dispositivi del potere, ma osservare come forme di vita autonome creano il proprio spazio vitale e si riproducono.
Il neurospazio è una biosfera popolata di strani organismi. E’ tempo di riconsiderare il mediascape come estensione della nostra biosfera e di riconoscervi nelle figure che lo attraversano gli istinti animali della specie umana. Il prefisso neuro indica non tanto il network quanto il sistema nervoso dell’uomo contemporaneo immerso in una giungla satura di stimoli. L’ingegneria genetica del capitalismo avanzato ha già popolato il neurospazio con i propri Frankenstein: star del cinema che diventano marche di detersivo, merci antropomorfe aggrappate ai grattacieli come King Kong, dettagli anatomici che catalizzano le news serali più di una guerra in Medio Oriente, robot che sostituiscono animali domestici, merci che si organizzano in rete come intelligenze artificiali, attori che fanno politica e uomini politici che recitano in tv. Ma a ben guardare troviamo anche zone di turbolenze e resistenza, pop star radicali costruite dal basso e videogiochi usati come armi (bio)politiche. Se c’è un modo per mappare le coordinate del neurospazio è proprio quello di seguire le sperimentazioni delle avanguardie sociali più radicali. Lo spazio viene rinnovato dal conflitto, ci ricorda Lefebvre. Le nuove forme di attivismo mediatico che andiamo a presentare sono pioniere di uno spazio ancora poco esplorato dalla teoria politica, ma non di certo dal capitalismo, dalle strategie di marketing e dal desiderio delle masse, che invece lo alimentano quotidianamente, sotto gli occhi dei filosofi.
Il movimento dei lavoratori precari che organizza l’appuntamento della Euro May Day (www.euromayday.org) si riconosce in Italia non in un leader in carne ed ossa ma nella figura di un santo. San Precario (www.sanprecario.info) è una pop star open-source che come il suo predecessore Luther Blissett unisce figure archetipiche dell’immaginario collettivo italiano (i santi) con le figure sociali più recenti (i lavoratori precari). San Precario, a sua volta, ha benedetto la nascita del suo anagramma Serpica Naro, stilista virtuale “anglonipponica” protagonista di una storica beffa al mondo della moda milanese durante le sfilate del febbraio 2005. Serpica Naro (www.serpicanaro.com) è servita per denuciare le condizioni del lavoro precario nell’industria della moda italiana, ma anche per creare un brand aperto e collettivo, che tutti gli stilisti della “moda radicale” possono usare.
Serpica Naro non esiste. Serpica Naro è un meta-brand. Serpica Naro è una versione generosa del trademark, tutti coloro che vi si riconoscono possono parteciparvi. Serpica Naro è un luogo dove si incontrano immaginari e autoproduzione, creatività, stile e radicalità. Serpica Naro decreta la fine dei simboli ed afferma una metodologia, un immaginario, un pertugio attraverso il quale esprimere produzione sociale e conflittualità. Serpica Naro è produzione autonoma di senso, un metodo di condivisione, apertura pubblica dei “codici”, liberazione e messa in rete di competenze e intelligenze. Serpica Naro è una modalità di relazione, in forma reticolare, continua, completamente aperta. Come le nonne erano quelle che ci insegnavono a lavorare a maglia senza volere niente in cambio noi abbiamo creato una nonna collettiva di nome Serpica Naro. Serpica Naro sarà un sito web per inventare un laboratorio di stile precario, per raccogliere le autoproduzioni per socializzare le competenze lavorative e le informazioni. L”instabilità diviene ricchezza attiva, il divenire continuo ci fa muovere e creare nuovi stili. Creatività e sperimentazione sociale vanno insieme. Serpica Naro come meta-marchio delle autoproduzioni è la risposta con la quale dichiariamo chiusa la settimana della moda e aperta la stagione della cospirazione precaria.[xxiii]
Prima dell’exploit di Serpica Naro il collettivo spagnolo Yomango (www.yomango.net) aveva teorizzato e applicato il meta-brand. Per colpire la popolare catena di vestiti Mango con azioni di taccheggio creativo, è stato creato il meta-brand Yomango, che in spagnolo significa “io rubo”.
Yomango is a brand name whose goal is not the sale of products but lifestyles, just like with all the other big brands. However, in the case of Yomango, the lifestyle is based on shoplifting as a form of disobedience and direct action against multinational corporations. Just as the market captures desires, expectations and experiences and sells them back as products, the Yomango style promotes the “reapropriation” of what was once part of the commons.
Sempre nel campo del brandscape è attivo Guerriglia Marketing (www.guerrigliamarketing.it) che in modo disinibito e disincantato scandisce lo slogan “Fottere il mercato per entrarci”, piuttosto che il socialdemocratico “Entrare nel mercato per fotterlo”. Guerriglia Marketing applica al marketing le strategie comunicative sviluppate dal movimento globale per creare ibridi mediatici altamente instabili e radically uncorrect. Questa agenzia anomala nasce per rivendicare il capitale di innovazione e immaginario prodotto dai movimenti che puntualmente viene recuperato dalle corporation e dai grandi marchi per aggiornare le loro strategie comunicative (vedi la campagna Diesel dopo Genova G8). Nello stesso campo, ma con modi del tutto opposti, agiscono i francesi antipub, gruppi informali anonimi e acefali che detournano o distruggono gli spazi pubblicitari nelle città francesi, come forma di ecologia urbana e rivendicazione della attention economy. Per finire, ricordiamo, tra le strategie mediatiche messe in campo durante la EuroMayDay, anche Molle Industria[xxiv] (www.molleindustria.it), un collettivo di game designer che produce videogiochi che decostruiscono le tradizionali narrazioni shut’em’up, le divisioni di gender e le ambientazioni fantascientifiche dei giochi commerciali. Un esempio è il Tamatipico, una sorta di Tamagotchi in cui il cucciolo virtuale è sostituito da un lavoratore precario. Il risultato è l’uso del format videogioco come linguaggio del tutto nuovo, l’iscrizione di nuove soggettività sociali e narrazione politiche dentro il videogioco.
TamAtipico è il tuo lavoratore precario virtuale: lavora, si riposa e si diverte quando vuoi tu! Gestisci la sua vita in modo da renderla più produttiva possibile ma attento a non farlo morire o scioperare. Se ti stufi di giocare, non farti troppi scrupoli: licenzialo senza giustificato motivo!
5. “People doing something with your nervous system”
San Precario frequenta lo spazio dell’immaginario popolare, Serpica Naro e Yomango l’immaginario della moda e dello shopping, Molle Industria la generazione della Play Station, Guerriglia Marketing e gli antipub il brandspace e gli spazi della pubblicità. Ma si tratta realmente di nuove forme di arte e attivismo? Rispetto alla contro-cultura americana ed europea pre-internet (dal cultural jamming al neoismo), questi progetti hanno meno la natura di performance e più quella di network progettuali, mostrano una maggiore capacità di incidenza nella sfera pubblica, ma anche una maggiore somiglianza con l’estetica mainstream. Questi esempi mostrano secondo noi una nuova generazione di attivismo, post-internet, dove il modello rete viene applicato alla produzione di nuove soggettività, dove le tecnologie evolvono in semio-tecnologie. Non si tratta più dell’assalto verticale al codice delle avanguardie storiche del Novecento, ma di una operazione di ingegneria nella rete orizzontale del reale, tanto che simili operazioni mutuano spesso il loro linguaggio dal marketing e dall’immaginario di massa. Attivismo, arte, marketing condividono ormai la stessa grammatica e lavorano sugli stessi network.
Emerge chiaramente quindi, come notava Guattari, qual è la funzione dei media in generale, ovvero la produzione di soggettività[xxv] (pop star collettive, meta-brand, giochi, ma anche figure sociali come il lavoratore precario). L’attivismo politico tradizionalmente si è preoccupato invece di controllare il contenuto della comunicazione (controinformazione), i canali di comunicazione (media attivismo), le tecnologie che permettono la comunicazione (hacking). Nel neurospazio l’attivismo si converte sulla produzione di soggettività, forme di vita e stili di vita, ragione per cui potremmo parlare di bioattivismo. Dopo la svolta tecnologica del media attivismo e della cultura di rete, si assiste ora ad una svolta biopolitica, che in realtà è la condizione naturale della produzione capitalistica e del sistema spettacolare da decenni (già nel 1967 Ballard profetizzava l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti di un attore di nome Ronald Reagan[xxvi], e non citiamo le attuali avventure nel mediascape politico di Berlusconi e Schwarzenegger). In altre parole, con il neurospazio vediamo all’opera negli spazi mediatici la produzione biopolitica descritta dal pensiero post-strutturalista e post-operaista[xxvii], e anche quelle nuove strategie che Hardt e Negri chiamano “armi biopolitiche”[xxviii]. Sta emergendo una nuova subcultura di artisti del neurospazio, programmatori di neurobot, hacker delle nuove semio-tecnologie, ingegneri delle soggettività collettive. Fino ad oggi abbiamo conosciuto “people doing strange things with electricity”[xxix], ora crediamo che il sistema nervoso prenda il posto di internet, che si stia formando una nuova generazione, una generazione di improbabili gonzobot, il cui motto potrebbe essere “people doing strange things with your nervous system”.
Matteo Pasquinelli (mat AT rekombinant DOT org)
Hackney, London
Luglio 2005
Note:
[i] M. Serres, J’habite une multiplicité d’espaces, in L’interference, Minuit, Paris 1972.
[ii] “why should landscape be any less dramatic than the Event?”, F. Jameson, Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism, Verso, London 1991, p364.
[iii] H. Lefebvre, La Production de l”espace, Anthropos, Paris 1974; The Production of Space, Blackwell, Oxford 1991.
[iv] J. Meyrowitz, No Sense of Place: The Electronic Media on Social Behavior, Oxford University Press, New York 1985; trad. it. Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna.
[v] S. Zizek, Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, Roma 2002.
[vi] M. Foucault, La volonté de savoir, Editions Gallimard, Paris 1976; trad. it. La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1996.
[vii] Vedi TMC Locative Reader, 2004, www.locative.net/tmcreader
[viii] Y. Moulier Boutang (a cura di), L’età del capitalismo cognitivo, Ombre Corte, Verona 2002.
[ix] J.F. Sherry, “Cereal Monogamy: Brand Loyalty as a Secular Ritual in Consumer Culture”, paper, Association for Consumer Research conference, Toronto, Canada, 1986; “Advertising as a cultural system”, in Umiker-Sebeok (ed.), Marketing and Semiotics: New Direction in the Study of Signs for Sales, 1987.
[x] G. Bateson, Steps towards an Ecology of Mind, 1972.
[xi] F. Guattari, Chaosmose, Galilée, Paris 1992; Caosmosi, Costa & Nolan, Genova 1996.
[xii] M. Dery, Culture Jamming: Hacking, Slashing and Sniping in the Empire of Signs, Open Magazine Pamphlet Series, 1993 [www.markdery.com/archives/books/culture_jamming].
[xiii] J.G. Ballard, The Atrocity Exhibion, 1970.
[xiv] W. Gibson, Neuromancer, Ace Book, New York 1984; trad. it, Neuromante, Nord, Milano 1986; trad. riveduta, 1993.
[xv] W. Gibson, In the visegrips of Dr. Satan (with Vannevar Bush), talk, Vancouver Art Gallery, 2002 [www.williamgibsonbooks.com/archive/2003_01_28_archive.asp].
[xvi] W. Gibson, Idoru, Putnam, Berkeley (USA) 1996; trad. it, Aidoru, Mondadori, Milano 1997.
[xvii] W. Gibson, Pattern recognition, Putnam, Berkeley (USA) 2003; trad. it., L’accademia dei sogni, Mondadori, Milano 2004.
[xviii] M. McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man, McGraw-Hill, New York 1964
[xix] G. Deleuze, F. Guattari, L”Anti-Oedipe. Capitalisme et schizophrénie, Minuit, Parigi 1972; trad. it., L”anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino 1975.
[xx] Ibid.
[xxi] See www.t0.or.at/hakimbey/neurospc.htm
[xxii] H. Thompson, Fear and loathing in Las Vegas, Random House, New York 1972.
[xxiii] Comunicato stampa di Serpica Naro [www.serpicanaro.com/press/oper_serpica_en.zip].
[xxiv] Vedi l’intervista della BBC a Paolo Pedercini [http://news.bbc.co.uk/1/hi/programmes/click_online/3622088.stm]
[xxv] Vedi F. Guattari, Les trois écologies, Galilée, Paris, 1987.
[xxvi] J.G. Ballard, Why I Want to Fuck Ronald Reagan, 1967; in “Ronald Reagan: The Magazine Poetry”, 1968.
[xxvii] Vedi in particolare il capitolo “Biopolitical Production” in M. Hardt, A. Negri, Empire, Harvard University Press, Cambridge (MA) 2000.
[xxviii] M. Hardt, A. Negri, Multitude, Penguin Press, 2004; trad. it, Moltitudine, Rizzoli, Milano 2004.
[xxix] Motto degli incontri Dorkbot (www.dorkbot.com)


