Semiotica dei media e del movimento. Semiotica in movimento? di Federico Montanari

“(?) Si verifica uno stato di desiderio quando da uno stato di soddisfazione si passa a uno stato di crescente soddisfazione e quindi, subito dopo, a uno stato di insoddisfacente soddisfazione cioè di desiderio (?) Ma uno stato di mancanza puro e semplice non esiste (?). Lo stato di mancanza si sperimenta sempre in contrasto con un precedente stato di soddisfazione (?) e non è vero che uno stato di desiderio presupponga necessariamente qualcosa di desiderato; il qualcosa di desiderato comincia a esserci solo una volta che c”è lo stato di desiderio.” (I. Calvino, Ti con zero, Torino, Einaudi, 1968, pp. 73-74).

1. Prodromi: segni di futuro.

La semiotica, se la intendiamo come campo di studio dei segni e soprattutto dei testi prodotti all”interno delle culture e delle società, a partire dalla sua lunga storia filosofica e nella sua breve storia di disciplina accademica - anzi, prima ancora di essere disciplina - si è spesso proposta come spazio di critica e di intervento sociale.

Ars interveniendi: dal pioniere Barthes che, negli anni “50 e “60, analizza, a partire da un”ottica brechtiana, le mitologie dell”universo degli oggetti, dei prodotti del mercato e della pubblicità; a Eco che pochi anni dopo propone, la guerriglia semiologica - per Eco, lo ricordiamo, si trattava di creare gruppi di autoformazione, a quei tempi fra operai, cittadini ecc., in grado di lavorare sullo smontaggio critico di giornali, telegiornali e programmi televisivi -; sino al Baudrillard, allora fresco allievo uscito dalla scuola barthesiana, che compie la prima radiografia del sistema degli oggetti e dei prodotti di consumo. Siamo già al passaggio (il suo Sistema degli oggetti è del 1968) dal capitale al “semiocapitale”.

Quanti economisti, anche marxisti, allora, se ne erano accorti? Quanti affermavano, allora, che studiare la semantica, l”antropologia, il “simbolico” era “roba da borghesi”? Ci hanno messo un po” ad arrivarci. Nonostante tutto, però, il “68 si proclamava già rivoluzione semiotica (ed in questo senso il “77 ne è stato l”esito ultimo) e le strutture, si diceva, “scendevano in strada”. Con un certo fragore. E scartando così i situazionisti di scuola, i quali, contestando lo spettacolo della merce che, secondo loro, sostituiva e perfidamente ricopriva il vero “mondo sensibile”, tentavano di bucarne la cortina attraverso il suo rovesciamento, il suo negativo.

D”altra parte, anche se il neo-marxismo antistoricista (Althusser), aveva ben compreso la potenza di una delle concezioni che hanno fondato la semiotica, quella strutturale ; tuttavia dagli anni “60-”70 un grande antropologo dei sistemi economici coma Marshall Sahlins sottolineava che l”analisi delle società, anche e soprattutto l”analisi marxiana, mancava appunto di simbolico; benché Marx stesso avesse, come si sa, anticipato l”idea che la moneta e la merce fossero come un linguaggio.

Ma non si trattava solo di cibo e merci, bisogni primari e secondari (in seguito “frigo e televisioni”): ben altro si nascondeva sotto il cielo del mondo in via di unificazione, sotto il segno del capitale globale. Non la necessità dei bisogni, la carenza, la mancanza, ma il volere, il desiderio, alimentavano il desiderio stesso, e poi l”acquisto; di qui i mercati e i flussi di merci (E dunque i flussi di comunicazione e di uomini). Ed infine i media e la comunicazione sulle merci stesse. Ed è anche da questi presupposti che i gruppi che hanno dato vita agli “studi culturali” (in primo luogo la scuola di Birmingham) presero le mosse, anch”essi a partire dalla lettura di Barthes: certo, la cultura è un prodotto, diviene essa stessa prodotto e merce; ma cosa “marca” un prodotto, cosa lo segna e designa in quanto merce, inserita in un sistema culturale che ne designa la fruibilità, il desiderio e l”uso? E cosa fa anche di un concetto, di un”idea, oltre che di un oggetto qualcosa da vendere? Il problema non era più scoprire i meccanismi attraverso cui si fanno merci attraverso le merci; ma pensare che dietro ad oggetti, prodotti, ma anche azioni di uomini (fra le quali il comprare, il consumare e il produrre) si nascondono meccanismi di significazione.

Un altro giovane allievo di Barthes - Paolo Fabbri - proponeva allora (1973) di definire la semiotica come zona di “dispatching concettuale”: spazio di traduzione fra diverse discipline e sistemi semiotici; scatola di attrezzi per smontare e lavorare le forme di produzione del senso e i processi della significazione. Altri hanno ripreso e tentato questa strada: un esempio su tutti, Bruno Latour, che da anni lavora con i cacciaviti semiotici per smontare quelle complesse macchine testuali dette “laboratori scientifici”. Non basta dire che il sapere e la scienza sono potere: bisogna analizzarne i “fare”, le capacità da bricoleur del ricercatore di costruire “testi credibili”.

In questa direzione, la semiotica nei suoi momenti più innovativi incrocia le vie intraprese da Foucault da un lato - studiare i meccanismi discorsivi non del potere in sé o del sapere in sé, ma delle pratiche e delle strategie di assoggettamento e di messa in potere, che sono costitutive degli stessi apparati di potere, di sapere e di costruzione soggettiva - e da Deleuze e Guattari dall”altro - riconoscere macchine semiotiche dappertutto e ricavarne le mappe, i diagrammi e gli ingranaggi del loro funzionamento.

Ma procediamo con ordine. Si tratta per prima cosa di mostrare la non genericità dell”affermazione secondo la quale “tutto è semiotica”; e in secondo luogo di mostrare qualche esempio su cui la semiotica può dire qualcosa, se non in più e di diverso, perlomeno da un altro punto di vista.

2. Segni, azioni e ibridi.

Perché proporre una “semiotica al movimento”, e come metterla in movimento? Perché oggi, innanzi tutto, siamo da tempo oramai consapevoli - quasi tutti - che le teorie economiche non bastano più: e che, anzi, è stata proprio la visione economicista del mondo a fare il gioco del “pensiero unico” (paradosso di un marxismo volgare realizzato e messo in pratica dai capitalisti): il quale ci dice che, se non ho ritorno economico, non mi interessa né la cultura, né la natura, né l”arte né l”aria che respiro.

Sappiamo che la finanza, le borse lavorano sulla comunicazione (distribuzione prima di tutto di informazioni, di notizie su come andranno i mercati; previsioni e aspettative; giochi di anticipo sulle previsioni dell”altro); sappiamo che i mercati e la pubblicità lavorano seducendo, sviando, provocando. Ma non solo sul piano della pubblicità: gli ultimi casi, gli “scandali” dell”economia statunitense, come quello Enron, ci mostrano che il capitalismo, da sempre, lavora sulle false notizie; che, per quanto riguarda il grande capitale, l”eccezione è la regola; lo sviamento, il lavoro sul segreto, sul ritardo della diffusione di informazioni, sulle “false comunicazioni” (in bilancio), sino allo spionaggio finanziario ed economico, è costitutivo del sistema economico. Non si tratta di forme devianti di comunicazione, marginali rispetto al suo funzionamento standard. In guerra come in economia, tutto è comunicazione ma questa comunicazione è fatta soprattutto di voci, di dicerie, di “rumours”. Poi magari, presto o tardi, le regole tacite saltano, o qualcuno esagera. Tuttavia, persino la parte “hard” dell”economia, la vecchia produzione lavora sul comunicare ed enunciare (acquisti, vendite, ordini, transazioni): anche prima dell”avvento dei sistemi informatici e telematici di controllo e poi di distribuzione dell”informazione. In un certo senso questi ultimi non fanno che accelerare e al tempo stesso rendere più riconoscibile questa spina dorsale comunicativa dell”economia e del capitale. Inoltre, si potrebbe dire che la “nuova” economia della comunicazione si propone assai spesso, più che come nuova, come “meta-economia”; economia che si costruisce sull”economia tradizionale: che fa mercato comunicando sull”economia precedente.

E” ancora Bruno Latour (a cavallo fra sociologia della scienza e semiotica strutturale, sull”eredità di un caposcuola come Greimas) a riprendere le linee della semiotica strutturale e narrativa: a dirci che anche dietro ad un oggetto si nascondono enunciati, sequenze narrative di azione, incarnate negli oggetti concreti; a insistere anche sull”idea che le reti tecnologiche sono parti di reti sociali, enunciati “dalle lunghe braccia”: deleghe su deleghe di azione e di “far fare”. Infine, a considerare che il sociale non è composto solo di attori umani ma anche, da sempre, di attori non umani e ibridi (organizzazioni, macchine, armature, armi, oggetti tecnici, computer, automobili) che lavorano per noi, ma spesso - sempre di più - anche senza di noi. O malgrado noi.

3. Dal “che fare” al “che cosa segnare”? Spunti per una semio-analisi critica.

E allora che fare? Anzi, meglio: cosa indicare e segnare?

A cosa ci serve la semiotica? Al di là dei tecnicismi e della “roba per specialisti” innamorati di macchine testuali, che sbavano alla sola vista di un testo da mettere, amorevolmente, a nudo (e ognuno gode come può). A questo proposito un punto va chiarito: non si tratta di fare le pulci a chi utilizza dati termini e chiedere un uso preciso dei concetti (cosa è un sistema semiotico? cosa significa produrre o far circolare segni, o meglio, oggi, testi? giacché è di questo che si parla oggi. E perché si può parlare di “semio-capitalismo”?) Si tratta, invece, di considerare innanzi tutto che le società e le culture producono non segni (elementi isolati) ma testi: vale a dire porzioni articolate e complesse, tessuti (è la stessa etimologia della parola “testo” a dircelo) di materiali eterogenei portatori di significati. Un quadro, una mappa, una città, una situazione sociale, un romanzo, una poesia, un videoclip, un vestito, un film, un sito web che magari si occupa di borsa: tutto questo non “è già” testo, ma “può essere” testo: “testualizzato”, se guardato da un punto di vista semiotico.

In questo senso anche le scienze sociali (la politologia, l”antropologia e la sociologia) non bastano più. Lo sguardo semiotico ci dice che non abbiamo più solo contenuti (ideologie, storie, sistemi di valori, temi, concezioni del mondo) ma contenuti “espressi”. Anzi, sistemi di contenuto accoppiati con sistemi di espressione.

Già l”esempio che Deleuze riprendeva da Foucault a proposito del regime della punizione carceraria va in questa direzione: non possiamo più pensare solo alla “forma-prigione” ma ad un sistema semiotico “prigione” fatto di una forma del contenuto (l”ideologia carceraria, della punizione e dell”espiazione, le leggi, i regolamenti, ecc.) e una forma dell”espressione (le concrete pratiche dei secondini, gli ordini, sino alle forme spaziali e concrete dell”edificio-prigione). E” l”articolazione in due piani (espressione e contenuto) e la sub-articolazione interna fra i piani (forme e sostanze, sistemi e processi del contenuto, e forme e sostanze dell”espressione) che fa sì che esistano i sistemi semiotici, è questa doppia articolazione che li caratterizza; si tratta poi sempre di sistemi semiotici incarnati, manifestati in oggetti testuali concreti.

Quale vantaggio traiamo nel ragionare in questi termini e nell”osservare con sguardo semiotico? Non si tratta di complicare o di raddoppiare le questioni, ma di svolgerle secondo un modo che ci consente di articolarle nei loro legami e rapporti interni; di ipotizzare sistemi di significazione che lavorano perlomeno su un doppio livello: possono operare per esprimere contenuti al contempo producendo in modi diversi questi stessi contenuti. E i modi di accoppiamento fra questi due livelli possono essere diversi e, per questo motivo, spesso ingannatori. Perlomeno, tale doppio sguardo ci consente di provare a scavare al di sotto delle apparenze e delle manifestazioni immediate dei fenomeni e di ciò che accade.

Soprattutto, l”altro vantaggio della semiotica è di pensare che i sistemi che producono significazione sono stratificati: non operano più solo ad un livello. Non si tratta più solo di “significati” o di “contenuti” presi come se fossero immediatamente coglibili - ad esempio, lo ripetiamo, come narrazioni o sistemi ideologici o di valori - ma di pensarli come composti di strati, di livelli che si correlano fra loro e in questo modo danno origine a diverse formazioni di contenuto. Inoltre tale concezione ci consente di pensare che date componenti di significato possono essere attualizzate, emergere alla superficie di un dato testo o, al contrario, “congelate” o virtualizzate.

Potremmo avere così stessi sistemi di valori che danno luogo a diversi tipi di narrazioni; stessi moduli narrativi che organizzano temi, figure e attori diversi. O infine forme discorsive diverse per tipo di enunciazione (chi parla, a chi ci si rivolge, con quale registro, con quale stile, in quale modo) che però in tale modo trasformano e traducono fra loro sistemi di valori apparentemente eterogenei fra loro. Pensiamo, banalmente, a quanti problemi, conflitti e incomprensioni può dare luogo un certo tipo di stile discorsivo che, per fare un esempio attuale, parla della questione violenza/non violenza (è il caso più volte che si è presentato, all”interno dello stesso “movimento dei movimenti” dopo Genova, ad esempio nel rapporto con i gruppi di area cattolica).

Ma, ci domandiamo ancora una volta, che farne di tutto ciò? Si tratterebbe di tentarne applicazioni indisciplinate. E tentare quella che, non molto tempo fa, Baudrillard - in occasione della guerra del Kosovo - chiamava “Analisi critica” delle situazioni.

Forniremo qui alcuni rapidi esempi per possibili applicazioni, non solo accademiche, della semiotica.

4. Guerre narrative: semiotiche dell”azione e della percezione.

Molti oggi individuano il tratto principale della forma delle guerre attuali nel loro essere “narrative”, al di là, ovviamente, di produrre massacri di civili, di trasformare le vittime in “danni collaterali” ecc., ma tutto questo non è affatto separato dal quel primo carattere, anzi. Cosa significa? Significa, come affermato da due autori e anche, potremmo dire, ideologi delle neo-guerre (Arquilla e Ronfeldt) che le nuove guerre le vince chi le sa raccontare bene. Banalità? Da sempre ci sono uffici di propaganda, e narratori ufficiali delle guerre. Tuttavia è vero che oggi, perlomeno da dopo la guerra del Vietnam, e soprattutto a partire dalla seconda guerra del Golfo, la forma del modo di presentare la guerra, in particolare ai media, è stata assolutamente rilevante. La novità in questa nuova forma narrativa di guerra starebbe nel fatto che tale narratività retroagisce e influenza la condotta stessa della guerra; fino ad esserne, se seguiamo questa idea, il cuore, il meccanismo pulsante. Tuttavia, da un punto di vista semiotico, la cosa posta in questi termini rischia di essere banale e forse anche pericolosa se non la sviluppiamo sino alle sue estreme conseguenze, se non ne esplicitiamo tutti i nessi. Innanzi tutto dobbiamo intenderci sul termine narrazione: anche se l”analisi narrativa in semiotica deriva dallo studio delle fiabe e dei racconti popolari, per narrazione non possiamo intendere il buon caro “c”era una volta”, vale a dire il racconto in senso stretto.

Al contrario, per strutture narrative dobbiamo intendere sequenze di trasformazione di attori e valori in campo. Dunque, valutare la forma attuale della guerra significa, certo, mostrarne l”intrinseca narratività ma per smontarne gli intenti retorici. Significa cogliere la complessità delle interrelazioni fra azioni narrate, azioni mediatizzate, e pianificazione sul campo (laddove per campo, oggi si intende anche l”attività di manipolazione, provocazione, seduzione attuata anche sul piano dei media e della propaganda). Significa tentare di distinguere (attraverso quel lavoro di filtraggio per piani e per griglie di analisi) i nessi fra livelli e fra tipi di discorsi che trasportano i diversi livelli di significato. Valutare quali tipi di immagini, di voci, di testimonianze arrivano e circolano, grazie al complesso sistema dei media, “dal fronte” (laddove il “fronte” sappiamo oggi essere uno spazio evanescente che spesso passa anche per i luoghi in cui noi viviamo e per le nostre televisioni o reti di comunicazione).

Significa non pensare più solo che “i media manipolano”: certo che manipolano; ma, in primo luogo, essi stessi, oggi, sono fonte di informazioni intrinsecamente autocontraddittorie (tutti possono smentire tutti, e tutti, per motivi di concorrenza che non è più solo economica ma diremmo testuale e di stile, lottano con tutti). E soprattutto dobbiamo ricordarci che le forme che realizzano tali eventuali manipolazioni sono basate su capacità semio-linguistiche potenzialmente condivise da ogni sistema semiotico e di comunicazione. In questo senso, manipolare, significa, da un punto di vista semiotico, attività del “far fare”: indurre un altro (partner, avversario, amico, nemico) a fare, attraverso un lavoro che non avviene solo sul piano cognitivo, ma anche pragmatico, passionale e relativo al campo del sensibile.

A tale proposito e per inciso, la semiotica oggi cerca di lavorare sempre di più non solo sul piano dell”analisi narrativo-pragmatica (relativa cioè al problema dell”azione, della pianificazione dell”azione e della costruzione della competenza cognitiva degli attori) ma si occupa sempre di più della dimensione estesica e percettiva della significazione, essendosi resa conto che assai spesso è su tale piano che avvengono le trasformazioni efficaci, i processi di trasformazione e di produzione del senso; cercando in tale modo di ridimensionare anche quell”eccesso di attenzione per il campo cognitivo-razionale che ha contraddistinto non solo le scienze sociali ma anche il dibattito sulle nuove forme di produzione economica (con concetti come economia della conoscenza ecc.). Certo che è importante il sapere e la sua attuale messa in forma economico-sociale, tuttavia l”analisi semiotica insiste nel sottolineare quella che appare come una evidenza, la quale però spesso viene ignorata: che molto di questo sapere passa comunque sempre attraverso pratiche di tipo estetico-percettivo (dalla progettazione e design di nuovi oggetti tecnologici e comunicativi - pensiamo ai siti web - alla pubblicità e alla moda, ecc.).

In un”indagine semiotica sulla comunicazione telegiornalistica della guerra del Kosovo (Pozzato, ed. 1999) abbiamo cercato - per quanto questa ricerca possa essere parziale, incompleta e soggetta a critiche - di smontare il meccanismo di costruzione mediatica della guerra. Si è tentato di mostrare la costruzione dei diversi attori (quali sistemi di valori e narrativi stavano dietro al loro emergere come figure più o meno stabili, come ad esempio, l”Onu, la Nato, “i profughi”, il “cattivo Milosevic” ecc.). Inoltre, ad un secondo livello, si è trattato di vedere quali tipi di prassi discorsive si facevano carico di “parlare” di questi attori (attraverso quali tecniche di sottolineatura, messa in prospettiva, “messa a fuoco”, utilizzo di repertori sia verbali che di immagini, ecc.; o ancora, utilizzo di temi o figure particolari; ed infine di tecniche retoriche di un dato tipo, come ad esempio quella della convocazione di esperti per rendere “più vero” un dato discorso, ecc.). Infine, si trattava di capire quali “trappole mediatico-semiotiche” fossero state messe in opera dai comunicatori militari per rendere coerente e a loro favorevole il racconto della condotta di quella guerra.

5. Lotte, Movimenti: altre narrazioni sono possibili? Ma basta raccontarle bene?

Un altro esempio, che meriterebbe assai maggiore attenzione, è quello della comunicazione dell”attuale “movimento dei movimenti”. Varrebbe la pena ad esempio di analizzare, da un punto di vista semiotico, le dinamiche di crescita, di tenuta, durata e di saturazione, di tale movimento, non solo dal punto di vista della sua “visibilità” mediatica, ma anche e soprattutto in relazione al modo di autopresentarsi, di comunicare se stesso. Ad esempio, quale eccezionale forma di costruzione semiotica collettiva si è andata costituendo in vista dell”evento-Genova? Quali sono stati i processi, anche narrativi, di costruzione di un grande attore collettivo, per quanto eterogeneo - la semiotica in questo caso potrebbe parlare meglio di “attante” collettivo, da intendersi come funzione che possono ricoprire diversi attori all”interno di una data narrazione -? E si è così andati dalla generale percezione di un evento che stava montando, sino a casi in cui (pensiamo al gruppo Wu Ming) si è lavorato esplicitamente nella produzione di manifesti-narrazioni volti alla costruzione “drammatica” dell”evento stesso. Vale allora la pena di tentare di valutare quali dinamiche interne sono scaturite.

Sarebbe stato forse possibile pensare altrimenti, a strategie ed esiti diversi? E inoltre, quanto di questo è stato effettivamente filtrato e rielaborato dai media - contribuendo così a creare, nel bene e nel male, l”attore “opinione pubblica sensibile al movimento” - anche tenendo conto della novità che è stata data dall”irruzione sulla scena di nuovi soggetti ibridi, al tempo stesso militanti e comunicatori-osservatori in campo (come la comunicazione in rete e Indymedia)?

Non si tratta certo, lo ripetiamo, di fare semplice, e forse pedante, “analisi” e “pianificazione strategica della comunicazione” come potrebbe essere condotta per un qualunque soggetto economico o politico (azienda, istituzione, partito, ecc.). Si tratterebbe, al contrario, di tentare, anche in questo caso, mappature, cartografie (di valori, di forme narrative e di discorsi) per comprenderne le zone di eccentricità, di potenzialità o al contrario di povertà, di stereotipia o di incongruenza. Pensiamo ad esempio al successo di quello che alcuni hanno definito il fin troppo facile slogan: “un altro mondo è possibile”. Attac e altri soggetti del movimento hanno più volte sottolineato come con esso si volesse giustamente intendere che altre narrazioni erano possibili, oltre a quella del neoliberismo del pensiero unico. Certo che è così, che si sta parlando di un altro possibile modo di narrare le vicende e gli esiti del mondo in cui viviamo. Tuttavia pensare, come si diceva sopra, alle narrazioni, alla dimensione della narratività in generale, alla “drammatizzazione” non come racconti ma come insiemi e serie di trasformazioni spazio-temporali, in cui gli attori stessi via via possono venire trasformati, significa pensare in modo innovativo e dinamico la stessa capacità inventiva dei movimenti. Inventiva e capacità innovativa che è del resto emersa con grande potenza dal movimento stesso, dotato com”è di proprie produzioni semiotiche implicite. Si tratterebbe non certo di “pianificare” ma, ancora una volta, di tentare di mappare (criticamente) oltre a campi valoriali e forme e pratiche discorsive, anche effetti probabili o temibili e possibili scenari di tipo semiotico-comunicativo.

Alcuni riferimenti bibliografici
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